Trentadue minuti.
Mi ci sono voluti trentadue minuti per scattare questa fotografia. In quel tempo pensavo, riflettevo, assaporavo-da prospettive diverse-ciò che provo.
Si dice che una fotografia non debba essere descritta. Ma chi lo stabilisce? Un presunto genio della fotografia? Sciocchezze. La sociologia, al contrario, ci insegna che ogni espressione umana nasce dal bisogno di dare forma al proprio vissuto, di tradurre in linguaggio ciò che attraversa l’individuo.
Nascondersi dietro le parole degli “illuminati” significa rinunciare alla propria autenticità. Si possono affinare i mezzi, correggere le forme, ma il contenuto resta inevitabilmente nostro. E siamo noi a doverci raccontare.
Questa fotografia nasce proprio da questo: dalla necessità di esternare, non di fingere. Non di compiacere, né di elemosinare consenso o rafforzare una presunta morale condivisa. Ma di essere.
Perché, se scegli la finzione, finirai per identificarti con ciò che rappresenti senza verità: diventerai quella sedia, quel vuoto che ti porti dentro. E ogni giorno indosserai una maschera diversa, adattandoti a ciò che ti circonda, perdendo progressivamente contatto con te stesso.
Descrivere, allora, non è un limite. È un atto sociale. È il tentativo di rendere visibile ciò che, altrimenti, resterebbe inespresso.