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Siamo figure in cammino, oggetti e prototipi che attraversano strade tortuose, dove il rischio del deragliamento si misura nell’incertezza che abita ogni sguardo. Cerchiamo la realtà, ma rifuggiamo la verità, perché la verità ci costringe a spogliarci delle maschere con cui abbiamo imparato a vivere. Le nostre relazioni si consumano nell’estratto, nel frammento, nell’apparenza di ciò che scegliamo di mostrare. Così finiamo per conoscerci senza mai incontrarci davvero. La coscienza osserva tutto questo in silenzio. Sa che ciò che chiamiamo realtà è spesso una costruzione, una narrazione necessaria per sopportare il peso dell’esistenza. E allora sorge una domanda: dov’è la verità? Forse la finzione non è il contrario della verità. Forse è il suo rifugio più profondo. Perché è proprio nella finzione che l’uomo rivela ciò che non riesce a confessare apertamente: le sue paure, i suoi desideri, le sue ferite. La coscienza lo sa. Per questo non giudica ciò che vede, ma ciò che rimane nascosto dietro ogni gesto. È lì, in quello spazio invisibile tra ciò che siamo e ciò che raccontiamo di essere, che abita la sola verità possibile.

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