RUST — Ruggine
La mia fotografia non mi appartiene. È la sintesi di ciò che il mio sguardo raccoglie, attraversa e trasforma. Non cerco conferme, cerco fratture. Mi interessa mettere in discussione ogni linea, ogni regola, ogni dogma. Non per sfiducia, ma per insofferenza verso quella quiete che, lentamente, rende paludose le acque e trasforma il pensiero in abitudine. Perché Rust? Perché, in fondo, siamo diventati ruggine. Ci siamo ossidati nelle nostre stesse convinzioni, aggrappati a strutture che scambiamo per solidità, a regole che abbiamo smesso di interrogarci. Siamo come ferro che conserva la forma, ma ha ormai perso la propria resistenza. E questo vale anche per la fotografia. C’è chi preferisce restare fermo, chi si affida alle regole come fossero verità assolute, chi legge, assimila e ripete senza mai chiedersi se ciò che ha letto meriti davvero di essere creduto. Si confonde la conoscenza con l’obbedienza, la tecnica con il pensiero, la coerenza con l’immobilità. Ma una fotografia che non mette nulla in discussione rischia di diventare soltanto la ripetizione di uno sguardo già consumato.
Rust non è una celebrazione della decadenza. È una provocazione contro la staticità. Perché preferisco un’immagine imperfetta che genera una domanda a un’immagine impeccabile che non ha più nulla da dire.